Aprile 2026, Dal campo
Per oltre un decennio, i mercati azionari sono stati definiti dalla concentrazione. Un ristretto gruppo di società tecnologiche asset‑light, altamente generatrici di cassa, è arrivato a dominare rendimenti, benchmark e flussi di capitale. Nel 2024, i primi 10 titoli rappresentavano circa un quarto dell’indice globale. Questa predominanza non è stata casuale: è stata alimentata da una combinazione di condizioni macro straordinariamente favorevoli e di una crescita eccezionale e auto‑sostenuta di ricavi, utili e flussi di cassa, anche in un contesto di rialzo dei tassi.
Questo ha favorito enormemente le strategie di investimento passivo, poiché i fondi indicizzati hanno concentrato il capitale sugli stessi vincitori dominanti che trainavano i rendimenti, mentre i gestori attivi — tipicamente più diversificati e sensibili alle valutazioni — faticavano a tenere il passo. In questo periodo, gli asset passivi hanno superato quelli attivi, arrivando a rappresentare la maggioranza degli asset dei fondi azionari negli Stati Uniti.
L’intelligenza artificiale (AI) sta ora sconvolgendo questo equilibrio. Le principali piattaforme sono trascinate in una corsa agli investimenti ad alta intensità di capitale, poiché un cambiamento tecnologico di portata storica lascia agli incumbent poche alternative se non investire per mantenere la propria posizione. Nel solo 2025, le maggiori piattaforme hanno raccolto oltre 100 miliardi di dollari di debito per finanziare questi investimenti. Allo stesso tempo, i vincoli all’adozione dell’AI stanno diventando sempre più fisici anziché digitali, deviando il valore verso catene di fornitura, infrastrutture e capacità industriale.
In altre parole, le condizioni che hanno sostenuto il dominio delle mega‑cap si stanno invertendo. Al loro posto emerge un modello di creazione di valore più ampio e diffuso — che i mercati, ancora ancorati al passato, stanno solo iniziando a riconoscere.
Al 31 dicembre 2025. Fonte: Calcoli T. Rowe Price su dati di FactSet Research Systems Inc. Tutti i diritti riservati.
La crisi finanziaria globale del 2008‑2009 ha inaugurato un regime economico durato 15 anni. I tassi di interesse sono stati mantenuti prossimi allo zero, i rendimenti reali spesso negativi e le politiche economiche esplicitamente volte a comprimere i premi per il rischio. In teoria, ciò avrebbe dovuto incentivare gli investimenti produttivi; in pratica, ha spinto il capitale verso gli asset finanziari e, soprattutto, verso le società capaci di generare una crescita affidabile con scarso fabbisogno di capitale.
Il risultato è stata una concentrazione progressiva sia dei rendimenti sia dell’attenzione degli investitori. Le piattaforme tecnologiche mega‑cap — Google, Apple, Microsoft, Amazon e Meta — sono diventate i compounder emblematici di questa era. Il peso del settore tecnologico è salito dall’11% dell’MSCI All‑Country World Index all’inizio degli anni 2010 a oltre il 26% alla fine del 2025; nello stesso periodo, la quota degli Stati Uniti nell’indice è aumentata da poco più del 50% al 63%.
Col tempo, questa dinamica si è estesa da una manciata di titoli a un intero stile di investimento, con gli investitori che si sono riversati su aziende “quality” e “compounder”. In un mondo caratterizzato da una crescita nominale del PIL persistentemente bassa, le società in grado di autofinanziare una crescita superiore alla media hanno beneficiato di un enorme premio di scarsità. Ciò ha spinto verso l’alto le valutazioni lungo l’intero spettro del quality — non solo per le mega‑cap, ma anche per il più ampio universo di aziende ad alto rendimento, elevati margini e struttura asset‑light che popolavano i portafogli growth e quality a livello globale.
Man mano che i rendimenti si concentravano in una manciata di titoli dominanti, anche la struttura del mercato diventava sempre più concentrata.
Con la concentrazione dei rendimenti in pochi titoli dominanti, si è concentrata anche la struttura del mercato. Nel 2024, i nomi più grandi rappresentavano una quota senza precedenti degli indici globali, con un piccolo gruppo responsabile di una parte sproporzionata della performance. Questo si è rivelato devastante per la gestione attiva: la maggior parte dei gestori ha sottoperformato, il capitale è confluito costantemente verso strategie passive e il ciclo si è auto‑rafforzato, con i fondi indicizzati che allocavano sempre più risorse sugli stessi vincitori. Ciò che era iniziato come una narrazione si è trasformato in ortodossia.
Eppure, questa dinamica nascondeva una distinzione cruciale. Come mostrato da Cremers e Petajisto, i gestori altamente differenziati non sono stati tanto smentiti quanto penalizzati dalla concentrazione, mentre le strategie aderenti al benchmark prosperavano per impostazione predefinita. Questa logica ora sembra destinata a invertirsi. Se la concentrazione dovesse diminuire, la vicinanza all’indice diventerebbe un limite piuttosto che una protezione, lasciando le strategie passive e i gestori con bassa active share strutturalmente esposti a un ristretto numero di società proprio mentre l’universo delle opportunità si amplia. I benchmark odierni restano fortemente concentrati nella tecnologia statunitense. Gran parte di questo cambiamento può essere ricondotto all’economia dell’AI.
Dati al 31 dicembre 2025.
Solo a scopo illustrativo. Il grafico confronta i dati di capex e free cash flow (FCF) complessivi di Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta e Oracle. Dati trimestrali. I titoli specifici citati sono forniti esclusivamente a fini informativi e non costituiscono raccomandazioni. Non vi è alcuna garanzia che le stime vengano raggiunte o mantenute. I risultati effettivi possono variare.
Fonte: Analisi di T. Rowe Price su dati di FactSet Research Systems Inc. Tutti i diritti riservati. Si rimanda alla sezione Informazioni aggiuntive per ulteriori avvisi legali e disclaimer.
L’emergere dell’AI generativa ha intrappolato gli hyperscaler in un equilibrio quasi‑Nash, in cui ciascuna azienda è costretta a investire massicciamente, poiché ridurre unilateralmente il capex comporterebbe il rischio di una perdita significativa — e potenzialmente permanente — di quota di mercato nell’AI. Praticamente tutti i CEO hanno descritto l’AI come la trasformazione più rilevante dai tempi del cloud computing, se non di Internet. Nessuno può permettersi di fermarsi. Le conseguenze finanziarie sono enormi e in rapida crescita.
Questa spesa sta già rimodellando il profilo finanziario del settore. Il capitale investito dagli hyperscaler sta aumentando a un ritmo straordinario, assorbendo una quota crescente dei flussi di cassa e, in alcuni casi, spingendo il free cash flow verso zero o in territorio negativo. Bilanci che in passato richiedevano pochi finanziamenti esterni stanno iniziando a fare affidamento sui mercati del debito: nel 2025 i “big five” hanno emesso 108 miliardi di dollari in obbligazioni, con fino a 1.500 miliardi di dollari di nuove emissioni previste. Alphabet, da sola, ha visto il proprio debito a lungo termine quadruplicare fino a 46,5 miliardi di dollari entro la fine del 2025.
Si tratta di un cambiamento profondo — ma non necessariamente definitivo. L’AI, nella sua essenza, è un distruttore e redistributore di perdita secca di efficienza: elimina inefficienze in ambiti come il lavoro intellettuale, i servizi e la distribuzione, che in precedenza sostenevano margini altrove. Gli hyperscaler sono costretti a investire proprio perché il premio — catturare e riconcentrare queste rendite su scala di piattaforma — è esistenziale. Potrebbero anche riuscirci. Ma la fase di transizione è inevitabile: i bilanci devono assorbire leva finanziaria, il free cash flow si comprime e la capitalizzazione “senza attrito” che i benchmark continuano a prezzare lascia spazio a una competizione ad alta intensità di capitale e tempistiche incerte.
Se l’AI fosse esclusivamente una storia software, questa transizione continuerebbe probabilmente a favorire gli incumbent. Ma i vincoli determinanti non sono più digitali: sono fisici.
L’impennata della domanda di capacità di calcolo per l’AI sta superando l’infrastruttura necessaria a supportarla. Lungo la catena di fornitura stanno emergendo colli di bottiglia, in particolare nell’energia. Amazon ha raddoppiato il proprio fabbisogno elettrico nel 2025 senza riuscire comunque a soddisfare la domanda, mentre Goldman Sachs stima un deficit di potenza per i data center statunitensi che potrebbe raggiungere i 40 GW entro il 2028. Sono ora le connessioni alla rete, i trasformatori e i tempi di autorizzazione a determinare la velocità di scalabilità dell’AI.
Questo cambiamento modifica il punto in cui si concentra la creazione di valore. I probabili vincitori non sono gli hyperscaler che investono capitale, bensì le società che forniscono gli input — memoria, energia e infrastrutture. È l’inversione dell’era post‑crisi finanziaria globale, in cui le piattaforme asset‑light catturavano i guadagni lasciando indietro i fornitori.
Questi passaggi tendono a essere graduali, poi improvvisi. Per un certo periodo, i mercati continuano a premiare i vincitori storici anche mentre i driver fondamentali del valore si spostano altrove. Alla fine, però, lo scollamento diventa troppo ampio per essere ignorato.
Parallelamente, gli effetti degli investimenti in AI si stanno propagando oltre il settore tecnologico. Tra il 2010 e il 2024, l’economia statunitense è stata caratterizzata da un’asimmetria insolita: i prezzi degli asset finanziari crescevano in modo composto mentre gli investimenti fissi reali ristagnavano. Il capitale fluiva verso buyback e piattaforme digitali anziché fabbriche e centrali elettriche. Questa dinamica sta ora invertendosi, spinta da tre forze convergenti.
L’infrastruttura per l’AI sta emergendo come un catalizzatore industriale di portata storica. All’inizio del 2025, gli investimenti tecnologici hanno contribuito alla crescita del PIL statunitense più dei consumi — un evento che non si osservava dalle precedenti grandi ondate di trasformazione tecnologica.
Il suo impatto va ben oltre i data center. Costruire capacità di AI richiede sistemi energetici, materiali e costruzioni su vasta scala, alimentando la domanda in settori in larga parte trascurati durante l’era digitale. I 364 miliardi di dollari di capex degli hyperscaler nel solo 2025 si stima abbiano sostenuto oltre 600.000 posti di lavoro, con effetti moltiplicativi diffusi su manifattura, utilities e logistica.
Questa rinascita manifatturiera rafforza l’ampliamento del ciclo. La spesa per la costruzione di impianti manifatturieri è triplicata, passando da 76 miliardi di dollari nel 2021 a 230 miliardi nel 2025, salendo dal 6% al 14% della costruzione privata totale. Il CHIPS Act ha catalizzato circa 630 miliardi di dollari di investimenti nei semiconduttori, mentre ulteriori 1.200 miliardi di dollari di investimenti manifatturieri negli Stati Uniti — tra chip, elettronica, farmaceutica e infrastrutture industriali — sono stati annunciati in soli otto mesi del 2025.
Questa ondata si sta riversando nell’economia reale. La domanda di energia industriale sta aumentando rapidamente — un singolo impianto di TSMC in Arizona richiede da solo 2,85 GWh al giorno — e la domanda di elettricità negli Stati Uniti potrebbe crescere fino al 50% entro il 2040. La politica fiscale fornisce un vento in coda insolitamente forte, con deficit sopra il 6% del PIL, tagli dei tassi e incentivi mirati alla manifattura. Come osserva Bank of America, gli Stati Uniti stanno passando dalla globalizzazione a un modello più regionalizzato e orientato all’affidabilità.
La “curva a J della produttività” di Brynjolfsson, Rock e Syverson fornisce il collegamento tra gli investimenti di oggi e la crescita di domani. Le tecnologie di uso generale richiedono investimenti iniziali significativi prima che i guadagni di produttività emergano, e le prime evidenze suggeriscono che l’AI stia seguendo questo schema.
Se ciò fosse confermato, l’attuale ondata di investimenti fisici rappresenterebbe l’inizio di un’espansione più ampia della produttività. Man mano che la crescita si diffonde, il premio di scarsità che ha sostenuto per 15 anni il mondo quality e compounder si riduce. Più settori partecipano, più aziende crescono e il vantaggio di un ristretto gruppo di compounder autofinanziati diminuisce. I probabili beneficiari occupano oggi pesi minimi nei benchmark.
I beneficiari attesi del prossimo decennio occupano oggi pesi trascurabili nei benchmark.
Se gli hyperscaler sono costretti a spendere per catturare nuove rendite, il segmento più vulnerabile è un gradino più in basso: le società software e di servizi asset‑light, i cui vantaggi competitivi si basavano sull’expertise umana — e i cui margini rappresentano esattamente quella perdita di efficienza che l’AI mira a eliminare.
I progressi dell’AI stanno riducendo il costo di numerose attività ad alta intensità di conoscenza, dalla programmazione al customer support, suggerendo che molti servizi possano essere erogati con un numero drasticamente inferiore di persone. Se i modelli linguistici replicano porzioni significative di analisi legale, generazione di codice, reporting finanziario e contenuti di marketing, i moat competitivi si erodono rapidamente. Allo stesso tempo, hyperscaler alla ricerca di monetizzazione stanno entrando aggressivamente nel software enterprise con capacità di distribuzione e AI che gli incumbent non possono eguagliare.
Questa doppia pressione — commoditizzazione “dal basso” del lavoro intellettuale e concorrenza delle piattaforme “dall’alto” — pesa strutturalmente sul settore che ha trainato la sovraperformance del fattore quality per un’intera generazione.
Nel loro insieme, queste forze — calo dei rendimenti sul capitale degli hyperscaler, colli di bottiglia nelle catene di fornitura che deviano il valore, rinascita manifatturiera, disruption dell’AI sugli incumbent asset‑light e politiche fiscali favorevoli agli investimenti reali — preparano il terreno al cambiamento di regime più significativo dai tempi della crisi finanziaria globale.
Le strategie passive sono massimamente esposte alle aziende che attraversano le transizioni fondamentali più complesse: 63% Stati Uniti, oltre il 26% tecnologia informatica, con una concentrazione elevata in titoli che stanno passando da compounder a costruttori capital‑intensive dai tempi di ritorno incerti. Se la creazione di valore si sposta verso utilities, industriali, materiali e infrastrutture, il benchmark diventa uno svantaggio strutturale. I vincitori di un boom degli investimenti fisici — produttori di apparecchiature elettriche, memoria, costruzioni e fornitori industriali — hanno pesi trascurabili proprio perché restano piccoli rispetto alle piattaforme mega‑cap che dominano l’indice.
Wilmington Trust ha mostrato che i gestori attivi hanno storicamente performato meglio in contesti di maggiore dispersione e minore concentrazione — entrambe dinamiche destinate a rafforzarsi mentre l’AI rimodella la creazione di valore. Cremers ha individuato tre pilastri del successo attivo: abilità, convinzione e opportunità. L’intensità di capitale torna a essere una caratteristica, non un difetto, e la diversificazione internazionale recupera rilevanza. I gestori più differenziati — i più penalizzati durante l’era della concentrazione — appaiono i meglio posizionati per ciò che verrà.
Questa tesi non è priva di vulnerabilità. Gli hyperscaler potrebbero ancora riuscire a catturare la perdita secca di efficienza che stanno ridistribuendo — se le piattaforme riconcentrassero il valore su scala, l’attuale capex apparirebbe lungimirante e la rotazione più ciclica che strutturale. Anche la rinascita manifatturiera potrebbe deludere: l’attività di costruzione è rimasta al di sotto degli annunci, frenata da carenze di manodopera e costi crescenti. Inoltre, elevati deficit fiscali potrebbero innescare una reazione del mercato obbligazionario in grado di soffocare il ciclo di investimenti.
L’impatto dell’AI sulla produttività potrebbe rivelarsi più modesto del previsto, mentre parte degli investimenti potrebbe disperdersi all’estero tramite importazioni, riducendo il moltiplicatore domestico. Esistono anche precedenti storici che invitano alla prudenza: la costruzione infrastrutturale della fine degli anni ’90 precedette una forte correzione prima di produrre benefici di lungo periodo.
Una reazione regolamentare potrebbe rallentare ulteriormente il ciclo, rafforzando al contempo gli incumbent, poiché i costi di compliance favoriscono la scala. E, come sempre, il timing resta incerto — argomentazioni simili avrebbero potuto essere formulate nel 2018 o nel 2022, risultando premature. I cambiamenti di regime sono chiari solo a posteriori.
Pur riconoscendo questi rischi, essi non alterano lo spostamento strutturale in atto. L’era post‑crisi ha creato un ciclo auto‑rinforzante di straordinaria durata: tassi bassi favorivano il quality growth, le mega‑cap tech lo fornivano, i benchmark si concentravano, le strategie passive catturavano i flussi, la concentrazione si accentuava ulteriormente. I gestori attivi sottoperformavano, il capitale migrava verso il passivo, i flussi passivi acquistavano i titoli più grandi e i gestori attivi sottoperformavano ancora. Ha resistito a guerra commerciale, pandemia e al ciclo di tightening più aggressivo degli ultimi 40 anni.
Il mega‑ciclo dell’AI potrebbe essere la forza che lo spezza — trasformando le piattaforme in costruttori capital‑intensive, reindirizzando il valore verso una vasta catena di fornitura fisica, catalizzando una rinascita manifatturiera e mettendo in discussione i modelli asset‑light che hanno definito il fattore quality.
Per gli investitori, il messaggio non è che la tecnologia sia finita, ma che il baricentro della creazione di valore potrebbe spostarsi in modi che le strategie passive non sono in grado di catturare. I beneficiari attesi del prossimo decennio occupano pesi marginali nei benchmark attuali. L’ironia è evidente: la disruption più tecnologica degli ultimi decenni — i cui vincitori finali potrebbero includere proprio le piattaforme oggi costrette a trasformarsi — potrebbe riportare in auge la disciplina profondamente umana della gestione attiva, proprio nel momento in cui molti avevano smesso di crederci.
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1 Cremers e Petajisto (2009). Review of Financial Studies, 22(9). Active Share.
2 U.S. Census Bureau, Value of Construction Put in Place, settore manifatturiero, dati annuali 2021–2025.
3 S&P Global Commodity Insights; American Clean Power (2025), U.S. National Power Demand Study.
4 Dati basati sull’MSCI All‑Country World Index a fine 2025.
Rischi di investimento
La gestione attiva può comportare costi più elevati rispetto a quella passiva e può sottoperformare il mercato nel suo complesso o fondi passivi con obiettivi simili.
L’investimento in titoli tecnologici comporta rischi specifici, tra cui la possibilità di ampie variazioni di performance e di forti oscillazioni dei prezzi, al rialzo e al ribasso. Le società tecnologiche possono essere influenzate, tra l’altro, da concorrenza intensa, regolamentazione governativa, delusioni sugli utili, dipendenza dalla protezione brevettuale e rapida obsolescenza di prodotti e servizi dovuta all’innovazione tecnologica o al cambiamento delle preferenze dei consumatori.
Gli investimenti internazionali possono essere più rischiosi rispetto a quelli negli Stati Uniti per effetto delle variazioni dei tassi di cambio, delle differenze nella struttura e liquidità dei mercati, nonché di sviluppi specifici a livello paese, regionale ed economico. Tali rischi sono generalmente maggiori nei mercati emergenti. La diversificazione non garantisce un profitto né protegge da perdite in mercati in ribasso.
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